È il 1960 ed è proprio con Mario Bava e La maschera del demonio che ha cominciato a definirsi una nuova generazione del cinema gotico: castelli immersi in un’atmosfera sulfurea, streghe, necrofilia, cimiteri – non c’è Tim Burton che non sia passato di qua.

L’influenza del cinema di Bava non è mai andata, però, di pari passo con la popolarità e, nonostante oggi sia impossibile riferirsi ai film del regista sanremese senza l’appellativo di cult movie, è stato solo grazie al successo di Dario Argento che per Mario Bava si è aperta la strada di una riconoscenza postuma.

Dai tecnici agli autori, non andava così tra gli addetti ai lavori, per i quali i film di Bava erano degli oggetti misteriosi da scandagliare lungo il minutaggio per tradurne i segreti. Alla metà dei Settanta avevamo di fronte un regista che, mentre reinventava il fantastico, si occupava di far fluire nel «giallo all’italiana» quell’inusuale amalgama di thriller e horror. E se da un lato Operazione paura ha ispirato l’ultima puntata di Twin Peaks, Reazione a catena è stato il capostipite di ogni slasher. Nel contempo, un altro italiano, Lucio Fulci, insegnava in sala i capisaldi del gore.

Barbara Steele in una scena de La maschera del demonio (1960)

Barbara Steele in una scena de La maschera del demonio (1960)

Dario Argento, il figlio prediletto

L’elenco dei derivati che Mario Bava ha prodotto potrebbe non finire mai, ma sappiamo che è stato soprattutto il padre spirituale di Dario Argento. È lui, infatti, a innalzare le fondamenta poste da Bava, e già al suo debutto segna un imprevedibile successo. L’uccello dalle piume di cristallo è una mescolanza di noir, thriller e horror calato in una dimensione realistica e che contiene i primi afflati di uno stile del tutto personale.

La scelta di una colonna sonora disturbante, l’ossessivo incedere sui dettagli, la costruzione della tensione hanno reso Dario Argento il Maestro, tutto italiano, del brivido.